lunedì 1 febbraio 2010

Il Disastro Economico Dell’Università Italiana

Contrariamente a quanto si può desumere dal titolo, in questo post non parlerò degli sprechi e dei costi esorbitanti dell’università italiana, questioni conosciute almeno in superficie da chiunque sia minimamente informato.

Mi occuperò quindi di un aspetto completamente trascurato dai media, ma a mio avviso rilevante quasi quanto gli sprechi e le baronie: l’assurdità dei percorsi di studi.
Premettendo che questa trattazione non avrà potrà avere grande sistematicità perché il mezzo comunicativo del blog è inadeguato per trattare un argomento tanto complesso, mi limiterò a una breve descrizione della questione e a pochi esempi.

Innanzitutto, perché parlo di “disastro economico” riferendomi ai percorsi di studi?
Intendo semplicemente che, da un punto di vista strettamente economico, le risorse sono allocate in modo inefficiente, quasi controproducente. Per “risorse” intendo le capacità intellettuali (ma anche fisiche) dei 19enni che iniziano l’università terminato un percorso di studi liceale.

Se vediamo l’istruzione universitaria come un investimento che lo stato effettua su un individuo, occorre innanzitutto valutarne il costo: stando ai dati del Crui (Conferenza Rettori Universitari Italiani) lo stato spende più di 5000 euro l’anno a studente¹.
A questi, bisogna aggiungere quello che la collettività perde per il del fatto che gli studenti universitari, invece di studiare, avrebbero potuto scegliere di lavorare fin da subito, producendo una ricchezza per il paese che si può supporre di almeno 20000 euro all’anno a testa² . Ricchezza alla quale collettività rinuncia per mandare i ragazzi all’università.

Questo non significa che l’istruzione universitaria sia un cattivo investimento, e tutti sanno che (fughe di cervelli escluse) nel lungo termine la collettività trae beneficio dall’avere lavoratori laureati, che avranno stipendi mediamente più alti dei non laureati e tassi di occupazione più alti.

Allora, partendo da questi presupposti, perché questo sistema funziona male, o quantomeno potrebbe funzionare molto meglio? Evidenzierò solo alcuni punti:


  1. Gli studenti italiani finiscono le superiori con un anno di ritardo rispetto a molti loro coetanei europei (ad esempio gli inglesi), il che detto così sembra poca cosa. Se invece dicessi che ogni diplomato italiano ha l’età di un bocciato inglese, la questione potrebbe già apparire un po’ più rilevante. Insomma, un diplomato italiano costa alla collettività già in partenza più di un diplomato inglese (costo di un anno aggiuntivo di istruzione liceale, più il costo dovuto all’ingresso ritardato nel mondo del lavoro), e si parla di parecchie migliaia di euro in più per ogni studente. Non sono pochi soldi considerato che ogni anno in Italia si diplomano più di 450'000 studenti.

  2. Arrivati all’università (in ritardo), per la maggior parte degli studenti si apre la prospettiva del 3+2. Di questo argomento tanto si è sentito a discutere negli scorsi anni, ma voglio aprire una breve parentesi. Storicamente, nel sistema universitario italiano, la laurea era quadriennale. Con il nuovo sistema, di fatto, si è “spezzato in due” il percorso precedente, aggiungendo qualche esame qua e là. Come risultato, si ha che la stragrande maggioranza dei corsi di laurea triennale forniscono perlopiù competenze “strumentali” alla specialistica. Inoltre, posto che in molti ritengono la specialistica più semplice della triennale (almeno per quanto riguarda economia), si hanno due effetti principali: il primo è che in molti casi la triennale non fornisce le competenze per entrare con successo nel mondo del lavoro (chiedete a un triennale di ingegneria se è in grado di lavorare...), il secondo è che la specialistica diventa per molti versi una ripetizione di esami già dati, ma con un orientamento un po’ più pratico.

    Di fatto, in Italia la triennale è finalizzata soprattutto all’acquisizione di competenze teoriche, perché la maggior parte dei professori ragionano ancora avendo in testa il sistema quadriennale. Risultato: con la triennale , nella maggior parte dei casi, si ha in mano solo un pezzo di carta attestante che lo studente si è sbattuto per 3 anni su concetti complicatissimi, aventi come uno denominatore comune il fatto di non servire praticamente a nulla nella vita lavorativa. Ma anche facendo la quinquennale le cose non migliorano più di tanto: forse verrà finalmente inculcata qualche competenza spendibile, con l’unico deficit che chi insegna, nella stragrande maggioranza dei casi, non hai messo piede fuori dall’università e presume che tu voglia fare altrettanto.
    Perché tutto questo è un disastro economico? Perché questo sistema tiene uno studente all’università per 5 anni quando potrebbero bastarne poco più della metà.
    Un esempio emblematico per tutti? Il corso di laurea in odontoiatria è stato prolungato da 5 a 6 anni. Adesso, parliamone, ma serve davvero così tanto tempo per formare un buon dentista? Secondo me no. In ogni caso, questa bella idea costerà sicuramente un bel po’, perché un dentista laureato in 5 anni (che sono comunque troppi) ha un titolo equivalente ad uno laureato in 6, che però allo stato costerà di più e inizierà a lavorare in ritardo.

  3. Infine, lo spropositato numero di fuoricorso. In Italia, il 40% degli studenti iscritti è fuoricorso³. Per dirla più chiaramente, camminando in un corridoio di una qualsiasi università, incrociando 10 studenti ci si può aspettare che 4 di loro siano fuoricorso. Adesso, è giusto che l’università sia selettiva e che la laurea non sia regalata, ma avere il 26% degli studenti che si laureano in corso non è fare selezione, è sintomo di un sistema profondamente inefficiente. La cosa ancora più scandalosa è che ormai passa l’idea che in una università più sono gli studenti fuoricorso più l’università in questione è “buona” perché “è seria e dà una preparazione migliore”. Beh, come si può smentire questa idea, è ovvio che se un avvocato si laurea in ritardo perché deve dare 4 volte romano 2 non potrà mai fare bene il suo lavoro! Oppure è altrettanto evidente che se uno studente di economia non riesce a risolvere una lagrangiana o a dimostrare un teorema di statistica non potrà mai fare carriera!
    Prescindendo dalle provocazioni, è evidente che il semplice fatto che così tanta gente si laurei un ritardo è disastroso dal punto di vista economico (per il solito discorso, più spese per l’istruzione e meno lavoro a fronte di nessun miglioramento del livello di preparazione), indipendentemente dal fatto che i suddetti si siano impegnati o meno.
A questo punto molti mi accuseranno di proporre un modello universitario pagliacciata in cui tutti passano tutto, ma non è così. Io propongo semplicemente un sistema universitario più sensato, partendo da questo presupposto: com’è possibile che la Bocconi sia l’università italiana con il maggior numero di studenti in corso e uno dei più alti tassi di occupazione in uscita? Semplice. Lì partono dal presupposto di insegnarti quelle quattro cretinate che ti servono per lavorare bene, mettendo nelle condizioni di passare gli esami chiunque si applichi. In uscita, le aziende trovano laureati giovani e con le competenza che richiedono. A questo punto si aprono numerosi interrogativi: è un sistema giusto? E’ un sistema equo? L’istruzione universitaria fatta in questo modo può davvero dirsi tale? Attualmente non mi ritengo in grado di rispondere a tali questioni. Posso tuttavia dire che, dal punto di vista economico, quello è un sistema abbastanza efficiente e meriterebbe quantomeno di essere preso in considerazione dalle altre università.
In fondo, in paesi come Svezia, Danimarca, Inghilterra, il sistema funziona più o meno allo stesso modo: molta selezione in ingresso, contenuti più mirati, più laureati in meno tempo.

Il numero di iscritti all’università in Italia è in calo³ dal 2003/2004, così come il numero di laureati. Penso che sia un caso unico al mondo, vedrò di fare ulteriori ricerche a tal proposito.
La cosa certa è che allo stato attuale è inefficiente. Ed è un vero disastro economico per il paese



¹ Il Crui parla di 5.064 dollari nel 2002, considerando l’inflazione e che all’epoca il dollaro era più o meno ai livelli dell’euro, la cifra riportata nella trattazione potrebbe essere verosimile. Piuttosto bisognerebbe verificare se tale cifra includa o meno le tasse universitarie a carico degli studenti
² Non ho né il tempo (e visto l’esiguo numero dei miei lettori, nemmeno la voglia) di cercare dati attendibili, quella espressa è una mia stima personale.
³ Consiglio caldamente l’intero articolo

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